Goliarda Sapienza: la voce libera e selvaggia della scrittura
Rivoluzionaria per nascita, scrittrice per necessità: Goliarda Sapienza ha attraversato il Novecento con la forza di un fiume sotterraneo. Con “L’arte della gioia” ha dato voce a una femminilità libera, spietata e luminosa. Una figura ancora viva, da riscoprire.

C’è chi nasce dentro le regole e chi, invece, nasce per romperle.
Goliarda Sapienza è stata una di queste ultime: un’anima indomita, un’intellettuale irregolare, una scrittrice fuori da ogni schema. Per raccontarla, non basta scorrere una biografia. Bisogna sfiorare le ferite, le rivolte interiori, le parole incise come graffi sulla pelle del tempo.
Nata a Catania nel 1924, in una Sicilia inquieta e arcaica, Goliarda fu figlia di due rivoluzionari: il socialista Giuseppe Sapienza e Maria Giudice, femminista e dirigente del movimento operaio. Una famiglia che non si accontentava delle verità ufficiali, che insegnava a disobbedire, a pensare, a vivere fuori dalle convenzioni.
L’arte come destino
Dopo l’infanzia tra Catania e Roma, Goliarda si formò come attrice all’Accademia d’Arte Drammatica, lavorando con i grandi del teatro e del cinema italiani. Ma la scena non bastava a contenere la sua inquietudine. Presto comprese che la sua vera voce risiedeva altrove: nella scrittura. E fu lì che cominciò il suo lungo, solitario cammino nel deserto della letteratura non riconosciuta.
Pubblicò alcune opere negli anni Cinquanta e Sessanta, ma fu con L’arte della gioia — romanzo monumentale, scandaloso e visionario — che Goliarda creò il suo capolavoro. Una storia di emancipazione femminile e anarchia interiore, scritta tra il 1967 e il 1976, e rimasta per decenni nel silenzio di un cassetto.
Rifiutato dagli editori italiani, L’arte della gioia vide la luce solo dopo la morte dell’autrice, grazie all’intuizione di alcuni lettori stranieri. Oggi è considerato uno dei romanzi più potenti del Novecento europeo.
Una donna contro
Goliarda non accettò mai compromessi. Nella vita come nella letteratura, scelse sempre la linea più difficile: quella della verità. Visse intensamente, amò senza freni, affrontò la depressione, la povertà, persino il carcere — esperienza che raccontò con lucidità in L’università di Rebibbia. Il suo percorso fu costellato di dolore e solitudine, ma anche di una forza selvaggia, quasi mistica, che ancora oggi ci scuote.
Scrivere, per lei, era un atto politico, un gesto carnale, un bisogno vitale. Le sue protagoniste sono donne libere, feroci, affamate di senso. Donne che rifiutano i ruoli imposti, che sfidano l’ordine sociale, che inseguono la gioia come rivoluzione personale.
Un’eredità viva
Goliarda Sapienza è oggi una figura di culto. Letta, studiata, amata da nuove generazioni di lettori che riconoscono in lei un faro nel buio dell’omologazione. La sua scrittura, che mescola lirismo e crudezza, introspezione e passione, continua a parlare al cuore di chi cerca una voce autentica, scomoda, irriducibile.
Ma soprattutto, Goliarda è un invito a non smettere mai di cercare la propria verità. A restare fedeli al desiderio, alla differenza, alla propria singolarità. A vivere — e scrivere — come lei: con coraggio, senza maschere, con l’anima nuda.
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