Ragusa: la città dai due volti
Ragusa sta proprio nel cuore della “terra del carrubo, dell’ulivo e del miele” che mirabilmente racconta Gesualdo Bufalino, discoprendo con dolcezza, davanti ai nostri occhi, scenari silenziosi e tranquilli, la piattezza uniforme rotta dalle limpide geometrie di bassi muriccioli che disegnano labirinti inesistenti.
Si protende bianca e grigia su un lungo e stretto sperone di roccia racchiuso tra due profondi valloni scoscesi. Un terzo avvallamento, quasi un istmo, separa i due nuclei della città: Ibla, ad Est, la parte più antica, dalla accidentata e pittoresca planimetria, ricca di splendidi edifici barocchi; Ragusa superiore, ad Ovest, dall’aspetto moderno, che si estende verso Sud, scavalcando la Cava di Santa Domenica con tre arditi ponti.

Da vicino Ragusa è una sonnacchiosa città di provincia, le domeniche a passeggiare per il corso, con l’ambizione di avere la soluzione per tutto; a sbirciare tra le imposte chiuse a celare la frescura di splendide magioni a vite; a contare le colombe tra i riccioli dell’affollato barocco che scolpisce le case.
Ragusa è città antica a misura d’uomo, di donna, di bambino, linda, color della pietra, nell’aria come un odore di miele. Ragusa Ibla, l’antica Hyblea Heraia dei siculi che dominavano la Valle dell’Irminio fu colonizzata dai greci di Siracusa e condivise, nei secoli, la sorte dell’intera Sicilia passando alternativamente sotto il dominio dei romani, bizantini, arabi, normanni, angioini e spagnoli.
Totalmente distrutta dal terribile terremoto del 1693, risorse estendendosi verso Ovest ed ornandosi di bei monumenti barocchi che si incontrano, praticamente, ad ogni passo.
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